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05/03/2009 - La parete Bianca

di Card. Carlo Maria Martini

Non sono pratico di diritto costituzionale né conosco bene le leggi che regolano la presenza del crocifisso In alcuni luoghi pubblici.
Ma in verità sentirei un po’ di dispiacere se tornando in Italia dai miei soggiorni gerosolimitani trovassi che in tante pareti c’è rimasta solo la traccia, nel buco vuoto dl un chiodo e nel colore sbiadito della parete, di qualcosa che vi era appeso e che è stato tolto.
È vero che chi non cono­sce nulla della storia del cri­stianesimo può far fatica a capire il senso di questo sim­bolo. Ma mi domando se so­no davvero tante da noi le persone che non lo capisco­no affatto, dal momento che le grandi religioni monotei­stiche hanno tutte conosciu­to la storia di Cristo Croci­fisso.
Del resto è davvero uti­le che qualcuno viva in Ita­lia e non conosca nulla del¬la storia cristiana né della sensibilità religiosa e delle tradizioni popolari e artisti che del nostro popolo?

Quanto poi alle diverse sensibilità e suscettibilità che possono essere toccate da questo simbolo, vivendo qui a Gerusalemme posso apprezzare la moltitudine di simboli che ogni religione coltiva e i valori che ciascuno vi annette.

Anche se non è sempre piacevole per chi è immerso nel sonno profondo, è tuttavia pieno di significato, a pochi passi dall’antica città di Sion e dalle sue mura meravigliose, essere svegliato nel cuore della notte dal canto del muezzin che invita alla preghiera (solo si vorrebbe qualche volta che l’altoparlante fosse meglio regolato e meno stridulo).
Il grido che risuona nell’oscurità “la preghiera è migliore del sonno” è uno splendido messaggio che vale per tutti gli uomini e le donne che sentono il fa­scino dell’Assoluto e che cer­cano di non vivere solo nella superficialità. E del resto ciascuno deve imparare a conoscere e a rispettare i simboli del Paese in cui vive, se vuole contribuire alla comprensione tra i popoli e le culture.
Così anche il Crocifisso, la figura di un uomo che ha offerto la sua vita per amore fi­no alla morte e che ha perdo­nato ai suoi crocifissori, è di conforto per tutti coloro che fanno fatica a credere alla possibilità di un amore sincero tra gli uomini e di una riconciliazione tra i nemici.
È anche un incoraggia­mento a vedere le nostre sofferenze come eventi che pos­sono avere un senso e che non andranno perdute. Sono valori importanti per tutti, a prescindere da ogni credo religioso. Per un cristia­no poi il Crocifisso è ricco di tanta umanità e risplen­dente dl tanta luce divina da costituire una porta per entrare in quel mistero del Dio Trinità che si fa fatica ad ammettere con la sola ra­gione umana, ma che contiene in sé la chiave per la comprensione del vero senso dell’esistenza.
Il Crocifisso in­fatti ci richiama parole co­me “non c’è maggior amore di chi dà la vita per i propri amici” e denota quella ca­ratteristica dell’esistenza umana che è Il suo realizzarsi nell’uscita dall’egoismo e dall’autoreferenzialità e nel dono di sé.
Per questo dico che proverei dispiacere se vedessi que­sto segno scomparire da tante pareti.
Mi rimarrebbe la fiducia che esso vive soprattutto nei cuori, ma con la tristezza di constatare che quando un simbolo comincia a venire meno all’esterno ciò vuol dire che anche nei cuori si sta affievolendo qualcosa che faceva parte del meglio della storia umana


Pubblicato su Il Corriere della Sera il 23 maggio 2004
 del Card. Carlo Maria Martini

 

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09/02/2009 - L'impresa eccezionale è essere normali disabili
di Luigi Zappa* - alba-tv.it

La tanto chiacchierata esclusione dalle Olimpiadi di Oscar Pistorius, atleta sudafricano diversamente abile con amputazione bilaterale, che si avvale di protesi al carbonio, mi ha ispirato alcune considerazioni. Per questo innanzitutto vorrei che mi si chiarisse un dubbio.

Ho la sensazione, vissuta, che la "categoria" delle persone con disabilità sia alla continua ricerca di una propria identità, che sembra avere smarrito o voler trasformare. Infatti le vite, le azioni e le vicende di persone con disabilità narrate e rappresentate dalle tv generaliste e dai media si incentrano quasi sempre, o su episodi di cronaca nera che le coinvolgono, o su chi rappresenta una "specificità nella disabilità", come a dimostrare la propria "eccezionalità" nella sua condizione particolare. La continua e sola rappresentazione (sempre altisonante) di limiti estremi ad opera di sportivi disabili, di specificità di artisti disabili e altro ancora, da una parte mi confortano e mi suscitano ammirazione per tutte le capacità che queste persone riescono a mettere in gioco. E tuttavia vorrei far notare che la persona con disabilità non deve mostrare le proprie incapacità per avvalorare ed esaltare le capacità eventualmente raggiunte. Senza voler sottacere o nascondere alcunché, mi sembra infatti che sia dignitoso mostrare la persona con disabilità in tutto il suo essere, prescindendo dall'estremizzazione del suo carattere e dei suoi limiti. Che l'handicap, ossia l'ineguaglianza delle prestazioni derivante da menomazioni o patologie a carico di una persona, sia in realtà commisurato fortunatamente non più e non solo alla valenza di questa menomazione o disturbo, bensì al fatto che la persona viva, operi e lavori in un ambiente sfavorevole o favorevole, è cosa ormai assodata per la quale si può concludere che la disabilità è una determinata condizione in un ambiente sfavorevole.

Oltre a ciò è generalmente acclarato anche che la non ricchezza e l'handicap creano una sorta di circolo vizioso. Per le persone che vivono con un handicap, la semipovertà causa insomma una forma secondaria di handicap, legata alle condizioni di vita precaria, agli impedimenti sociali (non solo architettonici), all'accesso alla salute. Gli individui con disabilità - come esseri umani e perché esseri umani - hanno diritti primari che non è lo Stato a dover attribuire; si tratta di diritti naturali che, proprio perché tali, sottendono prerogative umane insopprimibili che lo Stato deve solo riconoscere. Sono quei diritti che nascono con l'uomo e con lui muoiono, costituendo la garanzia vitale dei beni insostituibili e inalienabili dell'integrità fisica e psichica, dell'uguaglianza e della libertà, della vita stessa. Ebbene, in tale contesto la società mostra un'attenzione molto parziale nei confronti di tutti noi persone con "normale disabilità" e soprattutto impotenti o incapaci, forse, di valorizzare, o direi più precisamente, di mostrare le nostre non-normalità. Noi disabili siamo non di rado circondati da leggi che sembrano di specificità e correttezza impareggiabile, ma che al momento della loro applicazione divengono strumenti quasi devastanti della nostra dignità di vita. Noi diversamente abili, se non avessimo l'affetto, la vicinanza, l'amore dei nostri famigliari e di quelli che con abnegazione si impegnano con noi (e che io ho il privilegio di riconoscere come amici veri!), è certo che non sarebbe lo Stato a permetterci di condurre una vita che potesse soltanto definirsi tale. E tornando a quanto si diceva all'inizio, è del tutto pleonastico affermare che in realtà tutti hanno in sé delle potenzialità che possono evolversi o essere sviluppate a prescindere dalle proprie condizioni psicofisiche. Anche il mondo della "normalità" è pieno di individui con una spiccata ed emergente sensibilità nell'arte, nella cultura, nello sport e quant'altro. Questo però non significa che la "normalità" sia costituita da tali eccezionalità, altrimenti vorrebbe dire banalizzare la normalità stessa. Ora, credo che nel mondo della disabilità debba essere applicato lo stesso concetto in maniera più profonda e responsabile. Siamo individui che alle quotidiane difficoltà della vita devono aggiungere quella di un corpo non al top e di barriere create (non sempre volontariamente) dalla società. È proprio questa, paradossalmente, la "normalità della disabilità". Mi piacerebbe molto non vedere più la "diversità nella diversità". Vorrei vedere, sentire, vivere il "disabile normale", non discriminato. La persona che non sempre può frequentare la scuola, che difficilmente riesce a lavorare, che a volte non può uscire a causa delle barriere che ancora glielo impediscono: questo è il "normale disabile". E tutto l'amore e l'attaccamento per la nostra vita deve quotidianamente fare i conti con gli sguardi curiosi degli altri, dovendola certificare (nel senso letterale del vocabolo!) per poter veder riconosciuti e tutelati i propri diritti.

*Nominato capo redattore per la sua esperienza nel campo del giornalismo, Luigi Zappa ha lavorato per alcune testate, in particolare Ordine e Libertà, ed ora anche attivista di Emergency, congenitamente disabile.

 

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